Percorso:
Oltre la fotografia » Il mondo della musica
» Cenni storici sul blues
Cenni storici sul blues
Difficile dire dove e quando sia nato esattamente il blues. Senza alcun dubbio, può essere individuato nel Delta del Mississippi almeno il luogo dove questa musica, "la musica del diavolo", ha definito la sua forma, i suoi codici espressivi. La regione del Delta del Mississippi fu indiscutibilmente una delle zone più povere di tutti gli Stati Uniti, superata quanto a degrado ed abbandono, solo dalle aree delle riserve indiane.
Conseguentemente alla migrazione verso i paesi del Nord, causata dalla crisi dell'agricoltura ed, in maggior misura, dal razzismo, nacquero i simboli del "viaggio", che divennero immagini ricorrenti del lessico musicale. E' tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, nel quale affondano le radici del blues, che presero forma le icone del movimento: strade, incroci, carri, treni, ricorrenti sino ai giorni nostri.
Trovò origine nei canti che gli schiavi intonarono nei campi di lavoro, nelle loro baracche, talvolta riuniti in piccoli gruppi, utilizzando strumenti non convenzionali, costruiti originariamente con gli oggetti della vita quotidiana; piena espressione il "bottleneck": il collo di una bottiglia di vetro utilizzato per ottenere l'effetto "slide" su uno strumento a corde.
I canti call-and-response, botta e risposta, furono un elemento fondamentale del lavoro degli schiavi: il capogruppo cantava un verso cui faceva seguito la risposta dei compagni. Questo stile fu ulteriormente sviluppato dai primi chitarristi blues, i quali cantavano un verso seguito da immediata risposta della chitarra.
Strumenti principi della musica blues sicuramente, già citata, la chitarra, che arrivò a sostituire il banjo e l'armonica a bocca.
Sostanziale differenza rispetto alla tradizionale struttura musicale europea, che poggia sulle sette note, è indubbiamente la costruzione del fraseggio basato su una scala di cinque note, cosiddetta "pentatonica", archetipo, dalle origini, mai abbandonato.
Si svilupparono differenti stili a seconda delle diverse situazioni socio-ambientali, ad esempio, quelli del Delta del Mississippi e del Texas, essenziali, drammatici, segnati da profonda sofferenza, che non lasciavano spazio al virtuosismo e puntavano soprattutto al coinvolgimento emotivo dell'ascoltatore.
Tra gli artisti da annoverare non possono essere dimenticati: Robert Johnson, Charley Patton, Son House.
Banjo
Quando gli schiavi appartenenti ai Kimbundu, una tribù originaria dell'Angola, vennero deportati in America, intorno al 1630, non dimenticarono di portare con sè uno strumento a corde che nella loro lingua bantu chiamavano "mbanza". L'attuale nome deriva dalle modifiche che la lingua africana subì nel corso degli anni della schiavitù: il "mbanza" diventò dapprima "banza", poi "banjar", "bangie" e infine "banjo". Il "mbanza" in origine era costituito da una zucca vuota, un manico di legno e una pelle d'animale, il tutto tenuto insieme da una corda di canapa o da budella d'animale essiccate.
Per moltissimi anni il "banjo" fu uno strumento esclusivo degli afroamericani. Fu solo nella prima metà dell'ottocento, con l'avvento del "minstrel show" - una specie di varietà basato su una rappresentazione piuttosto razzista del mondo afroamericano - che il "banjo" cominciò a entrare negli spettacoli dei bianchi.
I musicisti e gli attori del "minstrel show" si annerivano il volto con sughero bruciato e raffiguravano i neri come cialtroni, chiacchieroni, disonesti, pigri e bugiardi, usando nei loro spettacoli lo strumento nero per eccellenza, il "banjo".
In seguito anche altri musicisti bianchi, affascinati dal magico suono del "banjo", iniziarono a introdurlo in quella musica popolare denominata "white hillbilly". Per contro i neri iniziarono gradualmente ad abbandonare l'uso dello strumento che, paradossalmente, diventerà l'emblema delle musiche bianche americane per eccellenza: il country e il bluegrass.
Barrelhouse
Le "barrelhouses" erano posti dove il whisky era servito direttamente dai barili. Erano piuttosto diffuse nel sud degli States tra l'ottocento e il novecento. Di solito erano costruzioni in legno, sperdute nella campagna, dove i lavoratori neri andavano a bere e a ballare dopo una dura giornata trascorsa a lavorare nei campi, sulle strade ferrate o a costruire i possenti argini del Mississippi. A volte in questi postacci c'era un pianoforte. Lo stile pianistico mutuato dal "ragtime" che si suonava lì dentro - e che ben presto sfocerà nel "boogie woogie" - verrà chiamato "barrelhouse piano": uno stile completamente incentrato sull'affascinante gioco della mano sinistra che produceva i "walkin'basses", a cui facevano da contrappunto eccitanti melodie suonate sul registro acuto dello strumento.
I pianisti dell'epoca però non facevano grandi distinzioni fra un genere e l'altro. Per loro, lo stile "barrelhouse" non era nient'altro che il buon vecchio blues reso più veloce per adattarsi al ballo. Non dimentichiamo che una delle principali funzioni del blues era quella di far ballare la gente. Quello stile pianistico percussivo sembrava essere ispirato ai ritmi che gli africani usavano per condurre le danze. Avendone paura, così come avevano paura di una musica liberatoria come il blues, gli schiavisti avevano bandito i tamburi dalle piantagioni ben sapendo che in Africa la comunicazione avveniva anche attraverso il ritmo.
Bayou
Il termine "bayou" deriva dalla parola indiana "Choctaw bayuk", che i pionieri francesi della Louisiana trasformarono prima in "bayoueque" e poi in "bayou". Questo è il termine con cui vengono chiamate le paludi, gli acquitrini e i corsi d'acqua che si formano quando le acque del Golfo del Messico invadono le "lowlands", le terre basse del sud della Louisiana. In queste lande umide e malsane, popolate da alligatori e zanzare, vivono e lavorano spostandosi con barche e piroghe i discendenti dei pionieri francesi: i "Cajuns".
Cross, cross road
In inglese "cross" significa croce, ma nel blues il significato va ben oltre il simbolo cristiano per eccellenza.
Nella tradizione "hoodoo", ma anche in altre pratiche magiche, fare la croce su qualcuno significa trasmettergli negatività, sfortuna, in definitiva il malocchio. Gli afroamericani praticavano questo rito tracciando una croce per terra sulla strada che di solito la vittima percorreva, sputandoci sopra e recitando antichissime formule magiche. Quando lo sfortunato passava sopra la croce veniva investito da tutta la sua carica negativa. La croce di solito veniva fatta a forma di X e circondata da un cerchio.
Il "cross road" è il punto dove due strade si incrociano. Ma nel blues non tutto è così semplice ed elementare. Per gli afroamericani l'incrocio rappresenta anche il punto di rottura in cui, ognuno di noi, deve scegliere di prendere una determinata strada nella propria vita. Per i musicisti blues sovente il "cross road" indicava il momento della propria vita in cui si doveva scegliere tra un'esistenza dissoluta e vagabonda e una strada meno accidentata che poteva comprendere il farsi una famiglia regolare e l'accettare un lavoro duro ma normale. Sempre che si possa definire normale il lavoro di bracciante agricolo nelle famigerate piantagioni del sud degli States.
Non si può parlare di "cross road" senza nominare il mitico Robert Johnson, divenuto leggendario per la famosa storia che si racconta su di lui a proposito del fatto che abbia venduto l'anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa maestria nel suonare il blues.
Per gli afroamericani il diavolo era rappresentato da una controversa divinità chiamata "Legba" o "Elegba" che si poteva incontrare ai crocicchi a mezzanotte.
Legba sembra corrispondere al dio "Eshu-Elegba" che secondo una credenza delle tribù africane Yoruba ha il potere di esaudire i desideri delle persone che lo incontrano al crocicchio. A coloro che lo invocano Eshu dona anche saggezza e compassione. Da tutto ciò si puo evincere che la divinità del crocicchio non è negativa e che quindi associare Legba al diavolo è assolutamente fuorviante.
Furono i predicatori che operavano nelle piantagioni a insegnare agli schiavi ad avere paura della loro religione e a convertirli a quella più rassicurante dei loro padroni. Credendo ai loro dei africani sarebbero andati all'inferno, avvicinandosi invece alla religione di chi li trattava in modo disumano sarebbero sicuramente andati in paradiso. In questo modo i proprietari terrieri potevano esercitare maggior controllo non solo sul corpo ma anche sulla mente dei loro schiavi. Ma ancora oggi per i neri del continente americano Eshu-Elegba è una figura più che positiva.
In suo onore a Cuba i discendenti degli schiavi africani cospargono di acqua fresca gli incroci delle strade. In Brasile i neri accendono candele al crocicchio per invocarne la protezione. Il crocicchio, secondo le leggende africane, è luogo deputato all'incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Lo spirito degli antenati alberga al centro dell'incrocio tra quattro strade. Proprio in quel punto razionalità e spiritualità si incontrano.
E la musica cos'è se non la fusione perfetta tra raziocinio e spirito creativo? I musicisti africani andavano spesso al crocicchio a invocare ispirazione da parte degli spiriti e spesso tornavano al villaggio con una canzone nuova.
Delta
Il Delta di cui si parla spesso trattando di cultura blues è una regione situata a nord dello stato del Mississippi, nella parte orientale dell'Arkansas, chiamata così per l'eccellente fertilità della terra.
Charlie Musselwhite, leggendario armonicista, lo definì: "Il Delta è un mondo a parte nel sud degli States, anzi è qualcosa a sè stante persino nello stato del Mississippi. E' un posto dove faticosamente neri e bianchi hanno imparato a convivere pacificamente condividendo i momenti di gioia collettiva... Se sei una persona con la mente aperta e sensibile alle cose che ti circondano e ti capita di passare per il Delta, il blues ti cambierà per sempre... La musica di queste parti sembra venir fuori dalla terra dei campi e dalla polvere delle strade: il blues è negli alberi, nell'erba, nel mondo in cui la gente cammina e parla, nelle cose che si mangiano, nell'aria che respiri".
Fertile regione alluvionale, il Delta ha rappresentato per oltre un secolo il regno del cotone. Dalla seconda metà dell'ottocento in poi, specialmente dopo la Guerra di secessione, è stato abitato in maggioranza da afroamericani giunti lì dai vicini stati del sud con la speranza di trovare condizioni di lavoro più giuste, lontane dal razzismo e dallo sfruttamento che contraddistinguevano altri stati come la Virginia, l'Alabama, la Georgia e il Tennessee.
In quegli anni arrivarono nel Delta altri immigrati europei, soprattutto irlandesi, spesso impiegati nei lavori più umili, faticosi e pericolosi come il disboscamento e la costruzione dei giganteschi argini che servivano a proteggere le terre coltivate dalla furia primaverile delle acque del Mississippi che straripavano dovunque rovinando raccolti e terreni. I braccianti irlandesi si trovavano spesso a subire lo stesso trattamento dei lavoranti neri: per questo venivano chiamati in senso dispregiativo "white-niggers". Nei primi del novecento si poteva ancora leggere sulla vetrina dei negozi: "vietato l'ingresso ai neri e agli irlandesi".
La solidarietà tra la comunità nera e quella irlandese sopperiva al severo sistema razzista e di casta imposto dai padroni bianchi. I braccianti lavoravano fianco a fianco scambiandosi fatica e dolore ma anche divertimento. Tra i momenti in qualche modo felici c'erano quelli in cui neri e bianchi condividevano canzoni e balli senza differenze di lingua, cultura e colore della pelle. In quelle situazioni nacque il blues e ancora oggi il Delta è considerato "the cradle" - la culla - del blues.
Double Talk
Il "double talk" è quel linguaggio cifrato che gli afroamericani si inventarono per non farsi capire dai padroni bianchi, specialmente quando cantavano canzoni il cui tema era il corteggiamento. Non bisogna dimenticare che nelle piantagioni agli afroamericani era stato per lungo tempo vietato di fare sesso fra di loro. Erano i padroni stessi a decidere chi doveva accoppiarsi e con chi. Selezionavano la razza proprio come facevano con gli animali. Il blues era spesso il veicolo che i neri utilizzavano per mandare messaggi ai propri amati.
Gutbucket, gut bass
"Gut" in inglese significa intestino, budello. Nelle piantagioni del sud, durante gli anni della schiavitù, a dicembre si ammazzava il maiale in un modo piuttosto violento e crudele. Le parti pregiate dell'animale andavano al padronato mentre i pezzi meno pregiati come le interiora, il muso, le orecchie e le zampe venivano dati agli schiavi. Il "gutbucket" - secchio delle budella - era appunto il secchio che conteneva queste parti di scarto dopo l'avvenuta divisione. Come avvenne per altri ingredienti poveri, anche la carne contenuta in quel secchio, nelle mani di sapienti cuoche afroamericane diventava un piatto succulento.
"Gutbucket" divenne anche il nome di quei secchi che venivano messi sotto il bancone delle "barrelhouses" per raccogliere le eventuali gocce di whisky che a volte non finivano nel bicchiere del cliente. Naturalmente il liquore raccolto in quel secchio veniva nuovamente versato nel barile pronto a essere spillato di nuovo. Da qui l'espressione "gutbucket blues", che indicava quelle composizioni che in maniera seducente e sottile si insinuavano sottopelle regalando agli ascoltatori o ai sensuali ballerini momenti indimenticabili.
Le budella del maiale non servivano esclusivamente in cucina ma potevano essere utili come corde per qualsiasi strumento. Il più celebre fu il "washtub bass" chiamato anche "gut bass". Il "gut bass" consisteva in un grande mastello di metallo - quello in cui le donne lavavano il bucato - in cui si infilava una corda di budello al centro. La corda veniva poi tesa tra il foro prodotto nel secchio e un manico di scopa saldato sul suo bordo. Il "gut bass" era quindi pronto per essere suonato come un vero e proprio contrabbasso. L'unica accortezza era quella di posare un piede sul mastello per tenere lo strumento, povero ma efficace, ben ancorato al terreno mentre il suonatore pizzicava con impeto la corda.
Hellhound
Questo termine è entrato a far parte della storia del blues il giorno che Robert Johnson scrisse e incise la sua celebre "Hellhound on my trail". Con questo termine si definiscono i feroci mastini posti a guardia delle porte dell'inferno.
Di solito questi animali vengono descritti come enormi cani a più teste con occhi che mandano lampi e scintillano come le braci dei carboni ardenti. Il loro unico padrone, al quale ubbidiscono fedelmente, è il demonio. Per gli antichi greci il nome di questo animale era Cerbero. In alcune culture africane esisteva la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti ci fosse un villaggio popolato da cani. Queste creature, che potevano prevedere il futuro, avevano il compito di catturare coloro che fuggivano dopo aver perpetrato un terribile crimine.
Hobo
Questo termine non appartiene solo al blues ma a tutto l'immaginario collettivo folk statunitense. E' una di quelle parole che fanno parte del linguaggio dei poveri d'America, al di là del colore della pelle. Il termine si può tradurre come vagabondo, randagio. I primi "hobos" furono i braccianti agricoli che già dalla metà dell'ottocento si spostavano da un posto all'altro alla ricerca di lavoro. "Hobo" deriva dalla contrazione di "hoe boys" - da "hoe", zappa -. Gli "hobos" si spostavano non solo per lavorare nei campi ma anche per trovare lavoro nei cantieri ferroviari, nelle miniere, nelle fabbriche del nord. Molti di loro erano boscaioli mentre altri trovavano impiego nelle compagnie addette alla costruzione degli argini dei fiumi. Dal 1861, anno dell'inizio della Guerra di secessione, al 1934, passando per il tragico periodo della Grande depressione, più di quindici milioni di "hobos" si spostarono da un capo all'altro dell'America in cerca di lavoro. Il loro mezzo di trasporto preferito erano i treni merci sui quali, naturalmente, viaggiavano clandestinamente, braccati da ferrovieri e "vigilantes", un mezzo molto pericoloso dato che erano soliti salire mentre la locomotiva stava correndo. Molti perdevano un braccio o una gamba o a volte la vita. Quello degli "hobos" era uno spirito libero, senza briglie e senza legami. Non sempre erano ben visti per il loro stile di vita anarchico, stravagante e zingaro. Molti fra loro erano musicisti, spesso bluesmen, che correvano da un capo all'altro dell'America portando le loro canzoni nei campi e nelle fabbriche.
Holler
Con "holler" o meglio con "field holler" si definisce quella forma di canto gridato eseguito dai lavoratori afroamericani soprattutto nei campi e nelle piantagioni del sud degli States.
Il blues altro non è se non il diretto discendente delle invenzioni liriche e delle intense e disperate modulazioni cantate dagli schiavi e dai braccianti neri durante il loro duro lavoro.
Hot foot powder
Uno dei tanti micidiali intrugli di cui è piena la magia nera afroamericana. La "hot foot powder" aveva la capacità di tenere le persone moleste lontane dalla propria abitazione. Inoltre poteva essere utile per costringere vicini di casa indesiderati a trasferirsi da qualche altra parte. La magica pozione era composta da una miscela piccantissima di peperoncino rosso e pepe nero, zolfo, olii essenziali ed erbe officinali.
La "hot foot powder", che a volte aveva anche l'aspetto di un liquido chiamato "hot foot oil", fu messa in commercio negli anni Trenta dalla "King Novelty Company", un'azienda specializzata in articoli per l'occulto. Bastava cospargere con l'efficacissima polvere qualcosa di appartenente alla persona indesiderata per ottenere in breve tempo il risultato prefisso.
Jake
Il "Jamaica ginger", conosciuto anche come "jake", era un medicinale ad altissimo contenuto alcolico. Questa proprietà fece sì che il "jake" diventasse popolarissimo durante il Proibizionismo. La povera gente e soprattutto i bluesmen ne facevano un uso smodato. Il "jake" però aveva effetti collaterali terribili; poteva arrivare a paralizzare anche permanentemente le mani, le braccia e le gambe.
Jam session
Con "jam session" si definisce un incontro informale e spontaneo tra musicisti. La "jam" può avvenire in concerto, spesso in piccoli club oppure in sala di registrazione. Durante le "jam session" i musicisti improvvisano e duellano tra loro su brani il cui tema è familiare a tutti i partecipanti. Il termine sembra provenire dalla parola "jaam" che nel linguaggio delle tribù "Wolof" significa schiavo. All'inizio del settecento, quando gli schiavi riuscivano a riunirsi per avere un minimo di socialità, chiamavano questi incontri "jama".
Jinx
Il "Jinx" era un maleficio, una fattura. C'erano diversi modi di compiere malvagi sortilegi ai danni di qualcuno. Si poteva bruciare la foto del malcapitato con la fiamma di una candela di colore nero oppure cospargere il tragitto che la vittima era solita fare con una micidiale miscela composta da insetti, ragni, polvere di serpente e sassi magici. Per rimuovere un "jinx" occorreva procurarsi un potente "mojo" ovvero un portentoso amuleto capace di proteggere da mali, sfortuna e disgrazie. I mariti gelosi si rivolgevano spesso alle sacerdotesse voodoo per far compiere un incantesimo sui bluesmen che ronzavano intorno alle signore mentre loro lavoravano come braccianti nei campi. Ecco perchè ogni uomo di blues che si rispetti ha ancora oggi un "mojo" contro ogni pratica malefica.
Juke joint
Il "juke joint" è il luogo dove si è svolta buona parte della storia del blues. E' il tipico locale frequentato quasi esclusivamente da afroamericani. La sua struttura, misera e precaria, presentava un arredamento costituito da materiale di recupero, compresi tavoli, divani e sedie. Queste ultime erano solitamente una diversa dall'altra. L'illuminazione dell'ambiente veniva affidata alle lucine di Natale che correvano lungo tutto il perimetro del locale. Quasi sempre privo di palco, ospitava spesso i musicisti locali che fungevano da colonna sonora in questi luoghi fatiscenti e bizzarri. La bevanda più richiesta era la birra, senza nulla togliere al whisky. A volte accanto al bar il "juke joint" ospitava anche una modesta postazione per il barbecue, vero rito collettivo in tutto il sud degli States. Inutile aggiungere che questo è il luogo dove vive e ha sempre vissuto il blues più genuino e autentico. Qui si svolge una delle funzioni primarie del blues, ovvero il ballo. Il solista o la band, a volte, venivano sostituiti da un juke box, che prese il nome proprio da questi localacci.
Il termine era utilizzato anche per indicare un bordello o comunque una casa di malaffare. L'origine della parola "juke" sembra sia da ricercarsi in diversi termini africani: "joog", "dzug" o "dzugu" e "juka", parole che significano rispettivamente: disordine, immoralità, malizia, trasgressione. Per dirla con una sola parola: libertà.
Medicine show
Ruspante forma di spettacolo popolare itinerante in voga nelle campagne del sud e del Midwest americano nei primi decenni del novecento. Nel "medicine show" alle canzoni, ai balletti e ai numeri comici si alternava la vendita di medicamenti portentosi, saponi speciali e balsami per la ricrescita dei capelli. Tutti prodotti ovviamente dalla dubbia origine e dall'efficacia assai incerta.
Molti bluesmen raccontano di aver trascorso buona parte dei loro anni di tirocinio proprio a fianco dei venditori che gestivano i "medicine shows", imparando alcuni trucchi che metteranno a frutto nei loro spettacoli solisti.
Moonshine
Il "moonshine" era quel whisky di contrabbando diffuso nelle comunità nere del sud degli States nella prima metà del novecento. Veniva fatto mettendo a fermentare una miscela di zucchero, patate, frutta e cereali. Il suo soprannome, che si può tradurre come "chiaro di luna", deriva dal fatto che il "moonshine" veniva distillato in piena notte alla luce della luna. Un altro nome con cui era conosciuto il "moonshine" era "hooch", che sembra provenire dal nome di una tribù indiana dell'Alaska, gli "Hoochinoo", famosi per la loro potentissima acquavite.
Comiciò a diventare davvero popolare già molti anni prima e cioè durante la Guerra di secessione, quando il whisky legale divenne carissimo a causa delle tasse che gravavano sul suo prezzo; tasse che dovevano servire a finanziare l'esercito confederato.
Ancora oggi, viene distillato sulle "Blue Ridge Mountains" della Virginia, nel nord della Georgia, in Tennessee, in Carolina e in qualche minuscolo paesino sperduto sui monti Appalachi.
Rent parties
"To rent" in inglese significa affittare. I "rent parties", conosciuti come "house rent parties", erano feste private organizzate nei quartieri afroamericani delle grandi città. Solitamente animate da musicisti blues servivano per mettere insieme i soldi per l'affitto di una casa. Erano una specie di feste di beneficenza per aiutare i fratelli e le sorelle nere che non potevano pagare l'affitto.
Leggendari sono stati quelli che si tenevano nei primi tre decenni del secolo scorso nell'enorme complesso di appartamenti conosciuto come "Mecca Flats", nel South Side di Chicago, dove si sono esibiti almeno una volta tutti i più grandi bluesmen.
Shuffle
Un termine diventato davvero popolare nel blues, che viene usato per definire il ritmo di tutti i brani dal tempo medio e dall'incedere swingante e strascicato.
I dizionari traducono "shuffle" come danza dal passo strascicato. Una danza che risale ai primi anni della schiavitù americana. Dopo la ribellione avvenuta nel 1739, nel Sud Carolina, tutti gli strumenti a percussione e in particolare i tamburi, che gli schiavisti consideravano un potente e pericoloso mezzo di comunicazione, vennero banditi dalle piantagioni. Di conseguenza vennero proibiti anche i balli che si facevano a suon di percussione arrivando a vietare ogni ballo in cui si staccavano i piedi da terra. Praticamente tutti. I padroni delle piantagioni infatti temevano molto le danze frenetiche e liberatorie che i neri ballavano durante le loro celebrazioni.
Gli schiavisti fecero ancor di più. In accordo con i pastori religiosi, diffusero la credenza che i balli che prevedevano di staccare i piedi da terra fossero blasfemi e peccaminosi. I predicatori durante le loro funzioni dissero chiaramente agli schiavi che quei balli li avrebbero portati all'inferno. Fu così che i neri cominciarono a sviluppare un nuovo modo di ballare "strascicando" i piedi senza staccarli minimamente da terra, proprio lo "shuffle", che qualche decennio più tardi si evolverà nello "slow drag", la danza blues più ballata nei "juke joints" del Mississippi.
Sliding Delta
Titolo di un brano reso famoso da Mississippi John Hurt, "Slidin' Delta" era il soprannome di un treno merci che andava così piano che sembrava dovesse scivolare giù dai binari da un momento all'altro. Così raccontano molti bluesmen originari del Mississippi, tra i quali il grande armonicista J. D. Short. Le storie che parlano di treni e ferrovieri hanno sempre esercitato un grande fascino sui bluesmen, che nel comporre le loro canzoni si ispiravano spesso a ballate di antichissima origine popolare. Una di queste era sicuramente "Just set a light", scritta da Henry V. Neal e Gussie Davies nel 1896. Il brano ottenne grande successo soprattutto presso il pubblico bianco ma sicuramente fu apprezzato anche dalla comunità afroamericana.
La canzone narra la storia di un macchinista delle ferrovie che una notte fu costretto a lasciare a casa con la moglie la giovane figlia, gravemente ammalata e in pericolo di vita, per andare al lavoro. Il macchinista, che con il suo convoglio sarebbe passato poco dopo davanti alla propria abitazione, suggerì alla moglie di usare una lanterna segnaletica per informarlo sulla situazione della piccola. Una luce rossa esposta alla finestra avrebbe segnalato che la figlia non ce l'aveva fatta, una luce verde lo scampato pericolo. Una storia commovente che ebbe una tale diffusione negli States da portare alcuni studiosi a pensare che questa ballata popolare potrebbe aver contribuito alla nascita della segnaletica ferroviaria e poi stradale. Una segnaletica che fu adottata nel 1898, a soli due anni dalla composizione della canzone.
Forse è proprio per la storia raccontata in "Just set a light" che ancora oggi le luci dei semafori sono rosse e verdi.
Vestapol
"Vestapol" è il nome che viene dato nel blues, ma non solo, a un'accordatura aperta per chitarra. Per la precisione "vestapol" contraddistingue l'accordatura aperta in RE maggiore. In questo modo, senza dover schiacciare nessuna corda, la chitarra produce un accordo di RE. Le sei corde sono così accordate: RE/LA/RE/FA#/LA/RE. Va ricordato che le accordature cosiddette aperte sono molto usate per suonare slide. Al di là delle note tecniche fu il nome stesso dell'accordatura a incuriosire tantissimi appassionati di blues.
Deriva da un brano strumentale chiamato "The Siege of Sevastopol", del 1854. La composizione prendeva il nome dal famoso assedio durato undici mesi che tenne in scacco una base navale sovietica a Sebastopoli durante la guerra di Crimea. Lo spartito del brano divenne ben presto piuttosto diffuso nei salotti dell'America bene, in cui le ragazze di buona famiglia solitamente intrattenevano gli ospiti suonando la chitarra. Il brano si eseguiva usando proprio una accordatura aperta in RE maggiore. Il titolo, storpiato in "Vestapol" divenne così sinonimo di quella particolare tecnica chitarristica. Le accordature aperte si diffusero ben presto anche tra i bluesmen. Molti di loro lavoravano nei campi e le loro mani nodose, piene di calli e spesso ferite dalle foglie delle piante di cotone, trovavano sollievo suonando la chitarra con l'accordatura aperta.
Per completezza va aggiunto che ci sono anche altre accordature aperte. Le più usate dai bluesmen sono quella in SOL maggiore, chiamata "Spanish", e quella in MI maggiore, denominata anch'essa talvolta "vestapol". Questo genera un po' di confusione ma va ricordato che gli studiosi sono tutti concordi nell'affermare che l'accordatura chiamata "vestapol" sia quella in RE maggiore.
Washboard
Strumento a percussione utilizzato dalle "Jug band" ma non solo, il "washboard" è solitamente costruito utilizzando una vera e propria tavola di legno per lavare i panni. A volte al "washboard" vengono aggiunti oggetti metallici, come piattini e campanelli, da percuotere per ottenere sonorità diverse. Il "washboard" si suona solitamente grattando la sua superficie ondulata con dei ditali da cucina infilati sulle dita. Suo parente prossimo è il "rubboard" o "frottoir", molto usato nella musica cajun e zydeco della Louisiana. In questo caso si tratta di un vero e proprio strumento musicale ricavato da una lastra di metallo che viene ondulata e sagomata in modo da poter essere indossata dal musicista come un particolare pullover sonoro. Il "rubboard", reso famoso da Cleveland Chenier, fratello del grande fisarmonicista zydeco Clifton, si suona sfregando la parte ondulata con degli appositi "scratchers", oggetti che assomigliano molto a un comune cavatappi. In alternativa si possono usare cucchiai di varie dimensioni. Ci sono stati autentici virtuosi di questo strumento che, se ben suonato, può offrire poliritmie davvero strabilianti. Il più famoso suonatore di "washboard" nel mondo del blues è sicuramente Washboard Sam.
Work song
Con questo termine gli studiosi definiscono i canti di lavoro degli schiavi afroamericani. La "work song" era costituita essenzialmente da frasi vocali di breve durata che venivano cantate su un ritmo regolare e continuo. Servivano soprattutto ad alleviare la fatica, accompagnando con la voce i monotoni gesti di un lavoro ripetitivo come la raccolta del cotone. Celeberrimi sono diventati i "work shouts", altrimenti detti "hollers" o "arwhoolies", canti rudimentali simili a grida nati nelle piantagioni di cotone e tabacco e nei cantieri tra i lavoratori afroamericani, per i quali questa forma di vocalità aveva sovente il ruolo di richiamo funzionale al duro lavoro svolto. Alla fine dell'ottocento da questi canti nacque il blues.
Conseguentemente alla migrazione verso i paesi del Nord, causata dalla crisi dell'agricoltura ed, in maggior misura, dal razzismo, nacquero i simboli del "viaggio", che divennero immagini ricorrenti del lessico musicale. E' tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento, nel quale affondano le radici del blues, che presero forma le icone del movimento: strade, incroci, carri, treni, ricorrenti sino ai giorni nostri.
Trovò origine nei canti che gli schiavi intonarono nei campi di lavoro, nelle loro baracche, talvolta riuniti in piccoli gruppi, utilizzando strumenti non convenzionali, costruiti originariamente con gli oggetti della vita quotidiana; piena espressione il "bottleneck": il collo di una bottiglia di vetro utilizzato per ottenere l'effetto "slide" su uno strumento a corde.
I canti call-and-response, botta e risposta, furono un elemento fondamentale del lavoro degli schiavi: il capogruppo cantava un verso cui faceva seguito la risposta dei compagni. Questo stile fu ulteriormente sviluppato dai primi chitarristi blues, i quali cantavano un verso seguito da immediata risposta della chitarra.
Strumenti principi della musica blues sicuramente, già citata, la chitarra, che arrivò a sostituire il banjo e l'armonica a bocca.
Sostanziale differenza rispetto alla tradizionale struttura musicale europea, che poggia sulle sette note, è indubbiamente la costruzione del fraseggio basato su una scala di cinque note, cosiddetta "pentatonica", archetipo, dalle origini, mai abbandonato.
Si svilupparono differenti stili a seconda delle diverse situazioni socio-ambientali, ad esempio, quelli del Delta del Mississippi e del Texas, essenziali, drammatici, segnati da profonda sofferenza, che non lasciavano spazio al virtuosismo e puntavano soprattutto al coinvolgimento emotivo dell'ascoltatore.
Tra gli artisti da annoverare non possono essere dimenticati: Robert Johnson, Charley Patton, Son House.
Curiosità
Banjo
Quando gli schiavi appartenenti ai Kimbundu, una tribù originaria dell'Angola, vennero deportati in America, intorno al 1630, non dimenticarono di portare con sè uno strumento a corde che nella loro lingua bantu chiamavano "mbanza". L'attuale nome deriva dalle modifiche che la lingua africana subì nel corso degli anni della schiavitù: il "mbanza" diventò dapprima "banza", poi "banjar", "bangie" e infine "banjo". Il "mbanza" in origine era costituito da una zucca vuota, un manico di legno e una pelle d'animale, il tutto tenuto insieme da una corda di canapa o da budella d'animale essiccate.
Per moltissimi anni il "banjo" fu uno strumento esclusivo degli afroamericani. Fu solo nella prima metà dell'ottocento, con l'avvento del "minstrel show" - una specie di varietà basato su una rappresentazione piuttosto razzista del mondo afroamericano - che il "banjo" cominciò a entrare negli spettacoli dei bianchi.
I musicisti e gli attori del "minstrel show" si annerivano il volto con sughero bruciato e raffiguravano i neri come cialtroni, chiacchieroni, disonesti, pigri e bugiardi, usando nei loro spettacoli lo strumento nero per eccellenza, il "banjo".
In seguito anche altri musicisti bianchi, affascinati dal magico suono del "banjo", iniziarono a introdurlo in quella musica popolare denominata "white hillbilly". Per contro i neri iniziarono gradualmente ad abbandonare l'uso dello strumento che, paradossalmente, diventerà l'emblema delle musiche bianche americane per eccellenza: il country e il bluegrass.
Barrelhouse
Le "barrelhouses" erano posti dove il whisky era servito direttamente dai barili. Erano piuttosto diffuse nel sud degli States tra l'ottocento e il novecento. Di solito erano costruzioni in legno, sperdute nella campagna, dove i lavoratori neri andavano a bere e a ballare dopo una dura giornata trascorsa a lavorare nei campi, sulle strade ferrate o a costruire i possenti argini del Mississippi. A volte in questi postacci c'era un pianoforte. Lo stile pianistico mutuato dal "ragtime" che si suonava lì dentro - e che ben presto sfocerà nel "boogie woogie" - verrà chiamato "barrelhouse piano": uno stile completamente incentrato sull'affascinante gioco della mano sinistra che produceva i "walkin'basses", a cui facevano da contrappunto eccitanti melodie suonate sul registro acuto dello strumento.
I pianisti dell'epoca però non facevano grandi distinzioni fra un genere e l'altro. Per loro, lo stile "barrelhouse" non era nient'altro che il buon vecchio blues reso più veloce per adattarsi al ballo. Non dimentichiamo che una delle principali funzioni del blues era quella di far ballare la gente. Quello stile pianistico percussivo sembrava essere ispirato ai ritmi che gli africani usavano per condurre le danze. Avendone paura, così come avevano paura di una musica liberatoria come il blues, gli schiavisti avevano bandito i tamburi dalle piantagioni ben sapendo che in Africa la comunicazione avveniva anche attraverso il ritmo.
Bayou
Il termine "bayou" deriva dalla parola indiana "Choctaw bayuk", che i pionieri francesi della Louisiana trasformarono prima in "bayoueque" e poi in "bayou". Questo è il termine con cui vengono chiamate le paludi, gli acquitrini e i corsi d'acqua che si formano quando le acque del Golfo del Messico invadono le "lowlands", le terre basse del sud della Louisiana. In queste lande umide e malsane, popolate da alligatori e zanzare, vivono e lavorano spostandosi con barche e piroghe i discendenti dei pionieri francesi: i "Cajuns".
Cross, cross road
In inglese "cross" significa croce, ma nel blues il significato va ben oltre il simbolo cristiano per eccellenza.
Nella tradizione "hoodoo", ma anche in altre pratiche magiche, fare la croce su qualcuno significa trasmettergli negatività, sfortuna, in definitiva il malocchio. Gli afroamericani praticavano questo rito tracciando una croce per terra sulla strada che di solito la vittima percorreva, sputandoci sopra e recitando antichissime formule magiche. Quando lo sfortunato passava sopra la croce veniva investito da tutta la sua carica negativa. La croce di solito veniva fatta a forma di X e circondata da un cerchio.
Il "cross road" è il punto dove due strade si incrociano. Ma nel blues non tutto è così semplice ed elementare. Per gli afroamericani l'incrocio rappresenta anche il punto di rottura in cui, ognuno di noi, deve scegliere di prendere una determinata strada nella propria vita. Per i musicisti blues sovente il "cross road" indicava il momento della propria vita in cui si doveva scegliere tra un'esistenza dissoluta e vagabonda e una strada meno accidentata che poteva comprendere il farsi una famiglia regolare e l'accettare un lavoro duro ma normale. Sempre che si possa definire normale il lavoro di bracciante agricolo nelle famigerate piantagioni del sud degli States.
Non si può parlare di "cross road" senza nominare il mitico Robert Johnson, divenuto leggendario per la famosa storia che si racconta su di lui a proposito del fatto che abbia venduto l'anima al diavolo ad un incrocio in cambio di una superlativa maestria nel suonare il blues.
Per gli afroamericani il diavolo era rappresentato da una controversa divinità chiamata "Legba" o "Elegba" che si poteva incontrare ai crocicchi a mezzanotte.
Legba sembra corrispondere al dio "Eshu-Elegba" che secondo una credenza delle tribù africane Yoruba ha il potere di esaudire i desideri delle persone che lo incontrano al crocicchio. A coloro che lo invocano Eshu dona anche saggezza e compassione. Da tutto ciò si puo evincere che la divinità del crocicchio non è negativa e che quindi associare Legba al diavolo è assolutamente fuorviante.
Furono i predicatori che operavano nelle piantagioni a insegnare agli schiavi ad avere paura della loro religione e a convertirli a quella più rassicurante dei loro padroni. Credendo ai loro dei africani sarebbero andati all'inferno, avvicinandosi invece alla religione di chi li trattava in modo disumano sarebbero sicuramente andati in paradiso. In questo modo i proprietari terrieri potevano esercitare maggior controllo non solo sul corpo ma anche sulla mente dei loro schiavi. Ma ancora oggi per i neri del continente americano Eshu-Elegba è una figura più che positiva.
In suo onore a Cuba i discendenti degli schiavi africani cospargono di acqua fresca gli incroci delle strade. In Brasile i neri accendono candele al crocicchio per invocarne la protezione. Il crocicchio, secondo le leggende africane, è luogo deputato all'incontro tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Lo spirito degli antenati alberga al centro dell'incrocio tra quattro strade. Proprio in quel punto razionalità e spiritualità si incontrano.
E la musica cos'è se non la fusione perfetta tra raziocinio e spirito creativo? I musicisti africani andavano spesso al crocicchio a invocare ispirazione da parte degli spiriti e spesso tornavano al villaggio con una canzone nuova.
Delta
Il Delta di cui si parla spesso trattando di cultura blues è una regione situata a nord dello stato del Mississippi, nella parte orientale dell'Arkansas, chiamata così per l'eccellente fertilità della terra.
Charlie Musselwhite, leggendario armonicista, lo definì: "Il Delta è un mondo a parte nel sud degli States, anzi è qualcosa a sè stante persino nello stato del Mississippi. E' un posto dove faticosamente neri e bianchi hanno imparato a convivere pacificamente condividendo i momenti di gioia collettiva... Se sei una persona con la mente aperta e sensibile alle cose che ti circondano e ti capita di passare per il Delta, il blues ti cambierà per sempre... La musica di queste parti sembra venir fuori dalla terra dei campi e dalla polvere delle strade: il blues è negli alberi, nell'erba, nel mondo in cui la gente cammina e parla, nelle cose che si mangiano, nell'aria che respiri".
Fertile regione alluvionale, il Delta ha rappresentato per oltre un secolo il regno del cotone. Dalla seconda metà dell'ottocento in poi, specialmente dopo la Guerra di secessione, è stato abitato in maggioranza da afroamericani giunti lì dai vicini stati del sud con la speranza di trovare condizioni di lavoro più giuste, lontane dal razzismo e dallo sfruttamento che contraddistinguevano altri stati come la Virginia, l'Alabama, la Georgia e il Tennessee.
In quegli anni arrivarono nel Delta altri immigrati europei, soprattutto irlandesi, spesso impiegati nei lavori più umili, faticosi e pericolosi come il disboscamento e la costruzione dei giganteschi argini che servivano a proteggere le terre coltivate dalla furia primaverile delle acque del Mississippi che straripavano dovunque rovinando raccolti e terreni. I braccianti irlandesi si trovavano spesso a subire lo stesso trattamento dei lavoranti neri: per questo venivano chiamati in senso dispregiativo "white-niggers". Nei primi del novecento si poteva ancora leggere sulla vetrina dei negozi: "vietato l'ingresso ai neri e agli irlandesi".
La solidarietà tra la comunità nera e quella irlandese sopperiva al severo sistema razzista e di casta imposto dai padroni bianchi. I braccianti lavoravano fianco a fianco scambiandosi fatica e dolore ma anche divertimento. Tra i momenti in qualche modo felici c'erano quelli in cui neri e bianchi condividevano canzoni e balli senza differenze di lingua, cultura e colore della pelle. In quelle situazioni nacque il blues e ancora oggi il Delta è considerato "the cradle" - la culla - del blues.
Double Talk
Il "double talk" è quel linguaggio cifrato che gli afroamericani si inventarono per non farsi capire dai padroni bianchi, specialmente quando cantavano canzoni il cui tema era il corteggiamento. Non bisogna dimenticare che nelle piantagioni agli afroamericani era stato per lungo tempo vietato di fare sesso fra di loro. Erano i padroni stessi a decidere chi doveva accoppiarsi e con chi. Selezionavano la razza proprio come facevano con gli animali. Il blues era spesso il veicolo che i neri utilizzavano per mandare messaggi ai propri amati.
Gutbucket, gut bass
"Gut" in inglese significa intestino, budello. Nelle piantagioni del sud, durante gli anni della schiavitù, a dicembre si ammazzava il maiale in un modo piuttosto violento e crudele. Le parti pregiate dell'animale andavano al padronato mentre i pezzi meno pregiati come le interiora, il muso, le orecchie e le zampe venivano dati agli schiavi. Il "gutbucket" - secchio delle budella - era appunto il secchio che conteneva queste parti di scarto dopo l'avvenuta divisione. Come avvenne per altri ingredienti poveri, anche la carne contenuta in quel secchio, nelle mani di sapienti cuoche afroamericane diventava un piatto succulento.
"Gutbucket" divenne anche il nome di quei secchi che venivano messi sotto il bancone delle "barrelhouses" per raccogliere le eventuali gocce di whisky che a volte non finivano nel bicchiere del cliente. Naturalmente il liquore raccolto in quel secchio veniva nuovamente versato nel barile pronto a essere spillato di nuovo. Da qui l'espressione "gutbucket blues", che indicava quelle composizioni che in maniera seducente e sottile si insinuavano sottopelle regalando agli ascoltatori o ai sensuali ballerini momenti indimenticabili.
Le budella del maiale non servivano esclusivamente in cucina ma potevano essere utili come corde per qualsiasi strumento. Il più celebre fu il "washtub bass" chiamato anche "gut bass". Il "gut bass" consisteva in un grande mastello di metallo - quello in cui le donne lavavano il bucato - in cui si infilava una corda di budello al centro. La corda veniva poi tesa tra il foro prodotto nel secchio e un manico di scopa saldato sul suo bordo. Il "gut bass" era quindi pronto per essere suonato come un vero e proprio contrabbasso. L'unica accortezza era quella di posare un piede sul mastello per tenere lo strumento, povero ma efficace, ben ancorato al terreno mentre il suonatore pizzicava con impeto la corda.
Hellhound
Questo termine è entrato a far parte della storia del blues il giorno che Robert Johnson scrisse e incise la sua celebre "Hellhound on my trail". Con questo termine si definiscono i feroci mastini posti a guardia delle porte dell'inferno.
Di solito questi animali vengono descritti come enormi cani a più teste con occhi che mandano lampi e scintillano come le braci dei carboni ardenti. Il loro unico padrone, al quale ubbidiscono fedelmente, è il demonio. Per gli antichi greci il nome di questo animale era Cerbero. In alcune culture africane esisteva la credenza che tra il mondo dei vivi e quello dei morti ci fosse un villaggio popolato da cani. Queste creature, che potevano prevedere il futuro, avevano il compito di catturare coloro che fuggivano dopo aver perpetrato un terribile crimine.
Hobo
Questo termine non appartiene solo al blues ma a tutto l'immaginario collettivo folk statunitense. E' una di quelle parole che fanno parte del linguaggio dei poveri d'America, al di là del colore della pelle. Il termine si può tradurre come vagabondo, randagio. I primi "hobos" furono i braccianti agricoli che già dalla metà dell'ottocento si spostavano da un posto all'altro alla ricerca di lavoro. "Hobo" deriva dalla contrazione di "hoe boys" - da "hoe", zappa -. Gli "hobos" si spostavano non solo per lavorare nei campi ma anche per trovare lavoro nei cantieri ferroviari, nelle miniere, nelle fabbriche del nord. Molti di loro erano boscaioli mentre altri trovavano impiego nelle compagnie addette alla costruzione degli argini dei fiumi. Dal 1861, anno dell'inizio della Guerra di secessione, al 1934, passando per il tragico periodo della Grande depressione, più di quindici milioni di "hobos" si spostarono da un capo all'altro dell'America in cerca di lavoro. Il loro mezzo di trasporto preferito erano i treni merci sui quali, naturalmente, viaggiavano clandestinamente, braccati da ferrovieri e "vigilantes", un mezzo molto pericoloso dato che erano soliti salire mentre la locomotiva stava correndo. Molti perdevano un braccio o una gamba o a volte la vita. Quello degli "hobos" era uno spirito libero, senza briglie e senza legami. Non sempre erano ben visti per il loro stile di vita anarchico, stravagante e zingaro. Molti fra loro erano musicisti, spesso bluesmen, che correvano da un capo all'altro dell'America portando le loro canzoni nei campi e nelle fabbriche.
Holler
Con "holler" o meglio con "field holler" si definisce quella forma di canto gridato eseguito dai lavoratori afroamericani soprattutto nei campi e nelle piantagioni del sud degli States.
Il blues altro non è se non il diretto discendente delle invenzioni liriche e delle intense e disperate modulazioni cantate dagli schiavi e dai braccianti neri durante il loro duro lavoro.
Hot foot powder
Uno dei tanti micidiali intrugli di cui è piena la magia nera afroamericana. La "hot foot powder" aveva la capacità di tenere le persone moleste lontane dalla propria abitazione. Inoltre poteva essere utile per costringere vicini di casa indesiderati a trasferirsi da qualche altra parte. La magica pozione era composta da una miscela piccantissima di peperoncino rosso e pepe nero, zolfo, olii essenziali ed erbe officinali.
La "hot foot powder", che a volte aveva anche l'aspetto di un liquido chiamato "hot foot oil", fu messa in commercio negli anni Trenta dalla "King Novelty Company", un'azienda specializzata in articoli per l'occulto. Bastava cospargere con l'efficacissima polvere qualcosa di appartenente alla persona indesiderata per ottenere in breve tempo il risultato prefisso.
Jake
Il "Jamaica ginger", conosciuto anche come "jake", era un medicinale ad altissimo contenuto alcolico. Questa proprietà fece sì che il "jake" diventasse popolarissimo durante il Proibizionismo. La povera gente e soprattutto i bluesmen ne facevano un uso smodato. Il "jake" però aveva effetti collaterali terribili; poteva arrivare a paralizzare anche permanentemente le mani, le braccia e le gambe.
Jam session
Con "jam session" si definisce un incontro informale e spontaneo tra musicisti. La "jam" può avvenire in concerto, spesso in piccoli club oppure in sala di registrazione. Durante le "jam session" i musicisti improvvisano e duellano tra loro su brani il cui tema è familiare a tutti i partecipanti. Il termine sembra provenire dalla parola "jaam" che nel linguaggio delle tribù "Wolof" significa schiavo. All'inizio del settecento, quando gli schiavi riuscivano a riunirsi per avere un minimo di socialità, chiamavano questi incontri "jama".
Jinx
Il "Jinx" era un maleficio, una fattura. C'erano diversi modi di compiere malvagi sortilegi ai danni di qualcuno. Si poteva bruciare la foto del malcapitato con la fiamma di una candela di colore nero oppure cospargere il tragitto che la vittima era solita fare con una micidiale miscela composta da insetti, ragni, polvere di serpente e sassi magici. Per rimuovere un "jinx" occorreva procurarsi un potente "mojo" ovvero un portentoso amuleto capace di proteggere da mali, sfortuna e disgrazie. I mariti gelosi si rivolgevano spesso alle sacerdotesse voodoo per far compiere un incantesimo sui bluesmen che ronzavano intorno alle signore mentre loro lavoravano come braccianti nei campi. Ecco perchè ogni uomo di blues che si rispetti ha ancora oggi un "mojo" contro ogni pratica malefica.
Juke joint
Il "juke joint" è il luogo dove si è svolta buona parte della storia del blues. E' il tipico locale frequentato quasi esclusivamente da afroamericani. La sua struttura, misera e precaria, presentava un arredamento costituito da materiale di recupero, compresi tavoli, divani e sedie. Queste ultime erano solitamente una diversa dall'altra. L'illuminazione dell'ambiente veniva affidata alle lucine di Natale che correvano lungo tutto il perimetro del locale. Quasi sempre privo di palco, ospitava spesso i musicisti locali che fungevano da colonna sonora in questi luoghi fatiscenti e bizzarri. La bevanda più richiesta era la birra, senza nulla togliere al whisky. A volte accanto al bar il "juke joint" ospitava anche una modesta postazione per il barbecue, vero rito collettivo in tutto il sud degli States. Inutile aggiungere che questo è il luogo dove vive e ha sempre vissuto il blues più genuino e autentico. Qui si svolge una delle funzioni primarie del blues, ovvero il ballo. Il solista o la band, a volte, venivano sostituiti da un juke box, che prese il nome proprio da questi localacci.
Il termine era utilizzato anche per indicare un bordello o comunque una casa di malaffare. L'origine della parola "juke" sembra sia da ricercarsi in diversi termini africani: "joog", "dzug" o "dzugu" e "juka", parole che significano rispettivamente: disordine, immoralità, malizia, trasgressione. Per dirla con una sola parola: libertà.
Medicine show
Ruspante forma di spettacolo popolare itinerante in voga nelle campagne del sud e del Midwest americano nei primi decenni del novecento. Nel "medicine show" alle canzoni, ai balletti e ai numeri comici si alternava la vendita di medicamenti portentosi, saponi speciali e balsami per la ricrescita dei capelli. Tutti prodotti ovviamente dalla dubbia origine e dall'efficacia assai incerta.
Molti bluesmen raccontano di aver trascorso buona parte dei loro anni di tirocinio proprio a fianco dei venditori che gestivano i "medicine shows", imparando alcuni trucchi che metteranno a frutto nei loro spettacoli solisti.
Moonshine
Il "moonshine" era quel whisky di contrabbando diffuso nelle comunità nere del sud degli States nella prima metà del novecento. Veniva fatto mettendo a fermentare una miscela di zucchero, patate, frutta e cereali. Il suo soprannome, che si può tradurre come "chiaro di luna", deriva dal fatto che il "moonshine" veniva distillato in piena notte alla luce della luna. Un altro nome con cui era conosciuto il "moonshine" era "hooch", che sembra provenire dal nome di una tribù indiana dell'Alaska, gli "Hoochinoo", famosi per la loro potentissima acquavite.
Comiciò a diventare davvero popolare già molti anni prima e cioè durante la Guerra di secessione, quando il whisky legale divenne carissimo a causa delle tasse che gravavano sul suo prezzo; tasse che dovevano servire a finanziare l'esercito confederato.
Ancora oggi, viene distillato sulle "Blue Ridge Mountains" della Virginia, nel nord della Georgia, in Tennessee, in Carolina e in qualche minuscolo paesino sperduto sui monti Appalachi.
Rent parties
"To rent" in inglese significa affittare. I "rent parties", conosciuti come "house rent parties", erano feste private organizzate nei quartieri afroamericani delle grandi città. Solitamente animate da musicisti blues servivano per mettere insieme i soldi per l'affitto di una casa. Erano una specie di feste di beneficenza per aiutare i fratelli e le sorelle nere che non potevano pagare l'affitto.
Leggendari sono stati quelli che si tenevano nei primi tre decenni del secolo scorso nell'enorme complesso di appartamenti conosciuto come "Mecca Flats", nel South Side di Chicago, dove si sono esibiti almeno una volta tutti i più grandi bluesmen.
Shuffle
Un termine diventato davvero popolare nel blues, che viene usato per definire il ritmo di tutti i brani dal tempo medio e dall'incedere swingante e strascicato.
I dizionari traducono "shuffle" come danza dal passo strascicato. Una danza che risale ai primi anni della schiavitù americana. Dopo la ribellione avvenuta nel 1739, nel Sud Carolina, tutti gli strumenti a percussione e in particolare i tamburi, che gli schiavisti consideravano un potente e pericoloso mezzo di comunicazione, vennero banditi dalle piantagioni. Di conseguenza vennero proibiti anche i balli che si facevano a suon di percussione arrivando a vietare ogni ballo in cui si staccavano i piedi da terra. Praticamente tutti. I padroni delle piantagioni infatti temevano molto le danze frenetiche e liberatorie che i neri ballavano durante le loro celebrazioni.
Gli schiavisti fecero ancor di più. In accordo con i pastori religiosi, diffusero la credenza che i balli che prevedevano di staccare i piedi da terra fossero blasfemi e peccaminosi. I predicatori durante le loro funzioni dissero chiaramente agli schiavi che quei balli li avrebbero portati all'inferno. Fu così che i neri cominciarono a sviluppare un nuovo modo di ballare "strascicando" i piedi senza staccarli minimamente da terra, proprio lo "shuffle", che qualche decennio più tardi si evolverà nello "slow drag", la danza blues più ballata nei "juke joints" del Mississippi.
Sliding Delta
Titolo di un brano reso famoso da Mississippi John Hurt, "Slidin' Delta" era il soprannome di un treno merci che andava così piano che sembrava dovesse scivolare giù dai binari da un momento all'altro. Così raccontano molti bluesmen originari del Mississippi, tra i quali il grande armonicista J. D. Short. Le storie che parlano di treni e ferrovieri hanno sempre esercitato un grande fascino sui bluesmen, che nel comporre le loro canzoni si ispiravano spesso a ballate di antichissima origine popolare. Una di queste era sicuramente "Just set a light", scritta da Henry V. Neal e Gussie Davies nel 1896. Il brano ottenne grande successo soprattutto presso il pubblico bianco ma sicuramente fu apprezzato anche dalla comunità afroamericana.
La canzone narra la storia di un macchinista delle ferrovie che una notte fu costretto a lasciare a casa con la moglie la giovane figlia, gravemente ammalata e in pericolo di vita, per andare al lavoro. Il macchinista, che con il suo convoglio sarebbe passato poco dopo davanti alla propria abitazione, suggerì alla moglie di usare una lanterna segnaletica per informarlo sulla situazione della piccola. Una luce rossa esposta alla finestra avrebbe segnalato che la figlia non ce l'aveva fatta, una luce verde lo scampato pericolo. Una storia commovente che ebbe una tale diffusione negli States da portare alcuni studiosi a pensare che questa ballata popolare potrebbe aver contribuito alla nascita della segnaletica ferroviaria e poi stradale. Una segnaletica che fu adottata nel 1898, a soli due anni dalla composizione della canzone.
Forse è proprio per la storia raccontata in "Just set a light" che ancora oggi le luci dei semafori sono rosse e verdi.
Vestapol
"Vestapol" è il nome che viene dato nel blues, ma non solo, a un'accordatura aperta per chitarra. Per la precisione "vestapol" contraddistingue l'accordatura aperta in RE maggiore. In questo modo, senza dover schiacciare nessuna corda, la chitarra produce un accordo di RE. Le sei corde sono così accordate: RE/LA/RE/FA#/LA/RE. Va ricordato che le accordature cosiddette aperte sono molto usate per suonare slide. Al di là delle note tecniche fu il nome stesso dell'accordatura a incuriosire tantissimi appassionati di blues.
Deriva da un brano strumentale chiamato "The Siege of Sevastopol", del 1854. La composizione prendeva il nome dal famoso assedio durato undici mesi che tenne in scacco una base navale sovietica a Sebastopoli durante la guerra di Crimea. Lo spartito del brano divenne ben presto piuttosto diffuso nei salotti dell'America bene, in cui le ragazze di buona famiglia solitamente intrattenevano gli ospiti suonando la chitarra. Il brano si eseguiva usando proprio una accordatura aperta in RE maggiore. Il titolo, storpiato in "Vestapol" divenne così sinonimo di quella particolare tecnica chitarristica. Le accordature aperte si diffusero ben presto anche tra i bluesmen. Molti di loro lavoravano nei campi e le loro mani nodose, piene di calli e spesso ferite dalle foglie delle piante di cotone, trovavano sollievo suonando la chitarra con l'accordatura aperta.
Per completezza va aggiunto che ci sono anche altre accordature aperte. Le più usate dai bluesmen sono quella in SOL maggiore, chiamata "Spanish", e quella in MI maggiore, denominata anch'essa talvolta "vestapol". Questo genera un po' di confusione ma va ricordato che gli studiosi sono tutti concordi nell'affermare che l'accordatura chiamata "vestapol" sia quella in RE maggiore.
Washboard
Strumento a percussione utilizzato dalle "Jug band" ma non solo, il "washboard" è solitamente costruito utilizzando una vera e propria tavola di legno per lavare i panni. A volte al "washboard" vengono aggiunti oggetti metallici, come piattini e campanelli, da percuotere per ottenere sonorità diverse. Il "washboard" si suona solitamente grattando la sua superficie ondulata con dei ditali da cucina infilati sulle dita. Suo parente prossimo è il "rubboard" o "frottoir", molto usato nella musica cajun e zydeco della Louisiana. In questo caso si tratta di un vero e proprio strumento musicale ricavato da una lastra di metallo che viene ondulata e sagomata in modo da poter essere indossata dal musicista come un particolare pullover sonoro. Il "rubboard", reso famoso da Cleveland Chenier, fratello del grande fisarmonicista zydeco Clifton, si suona sfregando la parte ondulata con degli appositi "scratchers", oggetti che assomigliano molto a un comune cavatappi. In alternativa si possono usare cucchiai di varie dimensioni. Ci sono stati autentici virtuosi di questo strumento che, se ben suonato, può offrire poliritmie davvero strabilianti. Il più famoso suonatore di "washboard" nel mondo del blues è sicuramente Washboard Sam.
Work song
Con questo termine gli studiosi definiscono i canti di lavoro degli schiavi afroamericani. La "work song" era costituita essenzialmente da frasi vocali di breve durata che venivano cantate su un ritmo regolare e continuo. Servivano soprattutto ad alleviare la fatica, accompagnando con la voce i monotoni gesti di un lavoro ripetitivo come la raccolta del cotone. Celeberrimi sono diventati i "work shouts", altrimenti detti "hollers" o "arwhoolies", canti rudimentali simili a grida nati nelle piantagioni di cotone e tabacco e nei cantieri tra i lavoratori afroamericani, per i quali questa forma di vocalità aveva sovente il ruolo di richiamo funzionale al duro lavoro svolto. Alla fine dell'ottocento da questi canti nacque il blues.